Le due vie: alchimia metallurgica e medicale

4.1.1. L’alchimia metallurgica Hans Weiditz, Un alchimista (ca. 1520)..jpg

4.1.1 L’alchimia metallurgica: Hans Weiditz, Un alchimista (ca. 1520)

4.1.2. L'alchimia farmaceutica Pieter Breughel, L'alchimista (1558).jpg

4.1.2. L'alchimia farmaceutica Pieter Breughel, L'alchimista (1558).

4.2.4. Geber [Jabir ibn Hayyan], Summa perfectionis magisterii in sua natura…,  Gdansk, Bruno Lorenz Tancke, 1682..jpg

Fra Paolo di Taranto (sec. XIII)

4.3.2. Giovanni da Rupescissa, La vertu et propriété de la quinte essence de toutes choses, Lione 1549.jpg

Fra Giovanni da Rupescissa (1310 ca-1365)

4.4.1. Bonaventura da Iseo, Liber compostelle (sec. XIII), Biblioteca del Sacro Convento, Fondo antico manoscritti, ms. 292..jpg

Fra Bonaventura da Iseo (sec. XIII)

I francescani, seguendo in questo una tendenza più generale, hanno coltivato i due principali orientamenti della pratica alchemica, quello finalizzato alla trasmutazione dei metalli (alchimia metallurgica) (4.1.1.) e quello invece finalizzato alla distillazione di preparati farmaceutici (alchimia medicale) (4.1.2.).

Come esponente del primo orientamento possiamo citare il semisconosciuto francescano Paolo di Taranto (sec. XIII), lector fratrum minorum ad Assisi, che è stato come Bacone uno degli esponenti più significativi dell’alchimia latina del Duecento. Identificato ormai come vero autore della Summa perfectionis magisterii, prima attribuita al celebre esponente dell’alchimia araba Geber, e di un’importante Theorica et pratica, Paolo, a quanto pare come mai nessuno prima, riconduce ad ordine e sistematicità le molteplici ricerche ed esperienze di laboratorio che caratterizzavano il sapere alchemico del tempo. La formazione di Paolo era certamente scolastica, come mostrano chiaramente lo stile e i contenuti dottrinali della sua Theorica et practica, da cui emerge la sua competenza filosofica, in special modo riguardo a quella che veniva detta filosofia naturale. Come accennato, la sua indagine alchemica per la maggior parte è rimasta circoscritta al campo dell’opera trasmutatorio-metallurgica.

L’alchimia non è solo l’arte della trasformazione dei metalli vili in oro ma, come testimoniano molti fondi archivistici conventuali, è da sempre legata alla produzione di composti chimici ad uso medico. L’elixir, l’agente che consente il riequilibrio degli elementi e di conseguenza l’aumento del loro grado di perfezione, è spesso anche un farmaco in grado di restituire la salute. Ai frati, immersi nelle sofferenze del mondo, constatate quotidianamente nella pratica dell’assistenza prestata ai malati, non sfuggì la palese importanza di una conoscenza delle dinamiche profonde che regolano il creato per intervenire su di esse in soccorso dei corpi malati. Interessante a tal proposito è il fatto che ciò che si raggiunge al termine dell’opus, ovvero dopo aver compiuto i vari passaggi della lavorazione alchemica, è frequentemente dichiarato donum Dei.

In tal senso nella pratica e nella conoscenza alchemica di chiaro orientamento chemiatrico, vista a servizio degli umili e dei diseredati, si potrebbe vedere, come hanno messo in luce non pochi studiosi, come un tratto caratteristico dell’”approccio francescano” all’alchimia. Il legame con gli ideali francescani si paleserebbe allora chiaramente, sia in virtù della scelta definitiva per il versante medicale della ricerca alchemico-chimica, sia per il proposito di mettere a disposizione dei “poveri seguaci del Vangelo” i farmaci prodotti.

Il francescano spirituale Giovanni da Rupescissa (1310 ca. – 1365 ca.) a tal proposito insistentemente contrappone nel suo De considerazione quintae essentiae rerum omnium i medici e i filosofi mondani ai pauperes viri evangelici, i soli in grado di far fruttare appieno il sapere che egli espone; i poveri di Cristo sono i veri destinatari dei suoi libri, dei suoi precetti e delle sue ricette. L’idea è quella di una scienza che abbia al centro l’uomo, volta al benessere collettivo:

Ho riflettuto su come riscattare, per quanto è possibile, il tempo trascorso nella filosofia mondana […]. La possibilità di questo riscatto l’ho individuata nel proposito di svelare ai poveri di Cristo ed agli uomini evangelici tutto quello che di utile ho scoperto nella filosofia, illuminato dallo spirito divino […]. In tal modo coloro che hanno disprezzato le ricchezze, scegliendo il Vangelo potranno imparare facilmente e in breve tempo a prendersi cura dei propri bisogni corporali ed a guarire con l’aiuto divino le infermità che colpiscono gli uomini.

La pratica della medicina, seppur tacita, non era del resto una novità tra i frati nel Duecento, soprattutto in relazione all’assistenza che i frati portavano a lebbrosi e malati. È con l’opera legata al nome di Bonaventura da Iseo (sec. XIII) che si ha una delle prime testimonianze di un certo rilievo, forse la prima in assoluto, di un interesse non solo volto ad una certa forma di carità infermieristica, che comunque ebbe ed avrà sempre un rilievo particolare tra i Minori, ma anche aperto a più complessi indirizzi medico-farmaceutici.

La medicina e l’alchimia nella concezione dell’autore del Liber Compostelle sono due saperi al servizio dell’uomo e, in questa particolare opera di sostegno, risiederebbe il loro più caratteristico tratto comune. Come infatti l’alchimia aiuta a liberarsi dai bisogni e dalla schiavitù della ricerca esasperata della ricchezza e del benessere, così la medicina lo aiuterebbe a limitare le sofferenze dei corpi malati. Pur non mancando nel Compostelle indicazioni riguardanti conoscenze mediche generali, qua e là sparse come note aggiunte in varie ricette, Bonaventura propone per ogni affezione, di qualunque natura essa sia, un approccio quasi esclusivamente, si direbbe oggi, farmacologico.